SYLVIA PLATH
il canto allo specchio


“Per me, i veri problemi del nostro tempo sono gli stessi di tutti i tempi: le ferite e la meraviglia dell’amore; il fare in ogni sua forma: fare un figlio, fare il pane, un quadro, una casa; e la conservazione della vita di tutti gli esseri umani in tutto il mondo, la cui distruzione nessun astratto discorso biforcuto sulla “pace” e i nostri “implacabili nemici” potrà mai, in alcun modo, giustificare”.
La scrittura di Sylvia Plath – poetessa americana dalla vita breve e dal respiro stellare – si staglia tra le voci del Novecento come una delle più nitide e potenti. Alice scivolata per sempre nello specchio, traduce per noi visioni irriferibili e ce le porge, brucianti, tra le mani. Dagli anni Sessanta in poi la sua poesia è passata di generazione in generazione – aggravata da polemiche, vivisezionata da consorterie. Ma un’altra poetessa “fuori campo” – Amelia Rosselli – ha indicato per sempre la sorellanza inquieta che lega la voce di Sylvia a quella di pochi, luminosi testimoni del canto.

La lingua dei suoi versi ha un andamento asciutto, feroce, coinvolgente. Chiama a raccolta le nostre fibre distratte e ci chiede ascolto, ci chiede di vivere il presente assoluto della sua poesia – eternamente giovane, bella, oscena.

In un percorso tra frammenti dai diari e poesie, Sylvia Plath, il canto allo specchio è un ritratto di poeta in forma di lettura, un’immersione collettiva nel canto.

Sonia Bergamasco