Sonia, passione e disciplina


Attrice versatile ed eccellente pianista, la Bergamasco riceve domani il Premio Duse. E torna dopo gli anni studenteschi sul palcoscenico del Piccolo Teatro Grassi

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«È dai tempi dell’“Arlecchino dei giovani” che non salgo sul palcoscenico di via Rovello...».
Correva l’anno 1990 e Sonia Bergamasco era fresca di diploma della Scuola del Piccolo, che andava ad aggiungersi a quello in pianoforte al Conservatorio. Pare incredibile che, da allora, non ci sia più capitata, lei che in teatro ha lavorato, tra gli altri, con Massimo Castri, Giancarlo Cobelli, Glauco Mauri e Carmelo Bene.
L’occasione non è uno spettacolo (la vedremo al Parenti a marzo ne «Il ballo», da un racconto di Irène Némirovsky), bensì un premio importantissimo per un’attrice, il Premio Duse, che le verrà consegnato domani proprio al Piccolo.

Una formazione che neanche un cadetto di West Point: cosa ricorda di quegli anni di studio «matto e disperatissimo»?
«All’inizio fu la musica. Sono entrata al Conservatorio da ragazzina spinta dai miei genitori. Dieci anni molto faticosi, che mi hanno portato a desiderare, nel momento in cui stavo per diplomarmi, una via di fuga. In modo casuale incappai nel bando della Scuola del Piccolo e ci provai e, pur sapendo poco o niente di teatro, venni presa. Avevo acquisito una tale disciplina quotidiana che tutto quello che ho vissuto dopo mi è sembrato una passeggiata. E poi sono sempre stata una lettrice appassionata e onnivora, cosa che mi sono portata appresso nel mio approccio al teatro .Ora mi sento un’attrice-musicista: non è eclettismo, è un’unica strada che si esprime in questo modo».

Quali sono stati i suoi incontri fondamentali?
«Quirino Principe, professore al Conservatorio, che considero il mio primo maestro. Poi Giorgio Strehler, prima presenza forte in campo teatrale, Massimo Castri per il lavoro sull’attore, Gabriella Bartolomei, considerata la Chaty Berberian del teatro, e Giuseppe Bertolucci, il regista con cui ho fatto il mio primo film («L’amore probabilmente») e l’ultimo spettacolo teatrale («Karénina»). Ma, su tutti, Carmelo Bene. Con lui ho proprio studiato: i versi, il lavoro al microfono, il respiro come strumento musicale e drammaturgico. Grazie a lui ho capito che musica teatro per me dovevano essere due strade intrecciate».

Che cosa detesta e che cosa ama del teatro?
«Ho patito, da giovane, il lavoro del regista che vuole soverchiare il lavoro d’attore. Ma sono ruoli che stanno cambiando. Oggi l’attore sente sempre più spesso la necessità di farsi autore, ricollegandosi a una tradizione forte in Italia. Non si inventa nulla. La signora Duse era imprenditrice, si occupava di tutto, dai manifesti alla vendita dei biglietti, sceglieva gli attori, chiedeva agli autori di scrivere testi che poi tagliava e cuciva a sua misura».

Con chi le piacerebbe lavorare? Su che cosa?
«Con Alice Rohrwacher. Sto realizzando un progetto con il gruppo Fanny & Alexander, amo molto il lavoro del Teatro delle Albe e di Luca Ronconi, ma anche il linguaggio del corpo di Virgilio Sieni e la lingua folle della scrittura di Antonio Tarantino. Mi piacerebbe fare un testo contemporaneo. Magari una commedia perché, a parte la tv (per esempio la direttrice isterica di «Tutti pazzi per amore»), mi fanno fare sempre parti punitive!».

Teatro, tv, cinema, musica, scrittura, famiglia. Come fa a tenere insieme tutti i pezzi?
«Penso che molte persone oggi siano in questa condizione. Io e Fabrizio (Gifuni, suo marito, ndr ) ci siamo dati alcune regole, scegliendo periodi di assenza alternati perché uno di noi sia sempre presente con le bambine. Certo, ritmi faticosi che però abbiamo la fortuna di poter condividere in coppia passandoci il testimone».

Claudia Cannella – Corriere della Sera Milano – 9 novembre 2014