INTRAMONTABILE Ofelia


Sonia Bergamasco indaga l'universo femminile di Shakespeare allo Stresa Festival. Con i testi di Monica Luccisano

image Per primo, ti sorprende il tono: Sonia più che parlare, solfeggia: semibrevi, pause, cesure, fraseggi eleganti con improvvisi cambi di chiavi. Poi ti colpisce il linguaggio: parole centrate, ma allusive al tempo stesso. Termini per dire. Ma anche per suggerire altri mondi.
Evoca il passato, calato nella contemporaneità, l'ultimo spettacolo che l'attrice porta in scena: intreccio di piani e di atmosfere sin dal titolo: "Mind the gap, Lady Shakespeare!", testo di Monica Luccisano ispirato a William Shakespeare, con un repertorio originale di Gianluca Cascioli al pianoforte e uno rinascimentale affidato al consort di viole Accademia Strumentale Italiana. Lo spettacolo sarà rappresentato in anteprima nazionale, il 27 agosto allo Stresa Festival.
"Attenti al vuoto, come l'annuncio della metropolitana londinese, è un monito esistenziale", chiarisce Bergamasco:
"Il gap da colmare? Quello tra realtà e rappresentazione, tra pubblico e attore".
Senza trucchi, solo affidandosi alla parola - letta, recitata, cantata - l'attrice milanese coglie la sfida di colmare la distanza: "Lo spettacolo è un dialogo con la musica. Io credo molto nella lettura in scena: crea grande complicità col pubblico. E, se è onesta, costringe a entrare nel corpo delle parole. Porta a scoprire qualcosa di nuovo, insieme a chi ascolta".
Al centro del dialogo troneggia il drammaturgo inglese. E la sua capacità di dare vita a personaggi femminili immortali come Ofelia, Desdemona, Giulietta, Beatrice.
"Donne qui ritagliate in una dimensione quasi metafisica. Ognuna di loro brilla in una solitudine sospesa e lontana, che ci permette di vederle meglio", nota Bergamasco: "Sono figure che, fuori dalle singole storie, ragionano ad alta voce su temi immortali: il senso di colpa, l'amore, il tradimento. Mostrandosi in tutte le loro sfaccettature: algide, spavalde, ma al tempo stesso sempre insoddisfatte e con la sensazione di essere in debito di qualcosa".
La scena si apre con l'eroina dark per eccellenza, Lady Macbeth, "l'emblema del sangue che non si cancella mai. E del male, degli spiriti, del buio della notte". Si prosegue con Beatrice, la femminilità, "ma anche l'oscillazione continua tra decisione e fragilità, orgoglio e ironia. Con lei si entra in un mondo divertente e giocoso". Parole, musica, e un nuovo cambio di scena e di costumi: "Viola, ovvero il gioco dei travestimenti. Desdemona. Ed Emilia, il personaggio che mi piace di più per le sue radici pratiche, legate alla terra: riconosco in lei i caratteri di una certa donna lombarda, forte e concreta". Si procede, di quadro in quadro e, tra tante donne immaginarie vittime dell'uomo, diventa inevitabile uno sguardo sulla realtà: con un passaggio sulla violenza sulle donne. Bergamasco guida, transita attraverso le voci di donna, o in esse precipita, come Ofelia che affoga in un corso d'acqua. Il culmine è Giulietta, l'amore giovanile, la passione innocente, in mezzo a odi indicibili ed eventi più grandi di lei e di Romeo. "In Shakespeare c'è questo di grandioso: il suo vivere fino in fondo dentro le emozioni, per raccontarle meglio: solo uno che ha attraversato la vita con tanta intensità può raccontare la commozione, la paura, gli intrighi in questo modo", nota Bergamasco.

image Che prosegue, con questo spettacolo, il suo percorso di recitazione in continuo dialogo con la musica: anche nel film "La meglio gioventù", nel ruolo della studentessa che diventa membro delle Brigate rosse, suonava il pianoforte.
"La musica è il mio alfabeto: ho sempre saputo che non avrei mai potuto prescindere da questa grammatica. Fa parte del mio Dna", dice: "Ho cominciato a studiare pianoforte a cinque anni. Devo alla mia prima insegnante, ultraottantenne, la libertà di approccio allo strumento: improvvisavamo. Più che uno studio classico, era jazz. A dieci anni mi sono iscritta al Conservatorio ed è cominciato l'apprendimento serio, sistematico, con un insegnante illuminato come il musicologo Quirino Principe. poi, inevitabilmente, è scattato il rigetto, ho avuto voglia di cambiare. E ho preso la decisione di frequentare la nuova Scuola di Teatro del Piccolo, diretta da Giorgio Strehler. Ma io avevo un linguaggio più musicale che teatrale: ho impiegato del tempo per capire che tanti anni di studio della musica alle spalle sono, per un uomo di teatro, non un limite ma un vantaggio. Da quel momento, ho cercato un repertorio per voce recitante e cantante. E ho cominciato a divertirmi".
Ha rapporti di collaborazione fissa con compositori. E' Donna Elvira nell'opera di Corghi "Il Dissoluto assolto", su libretto di José Saramago; è Belisa nel "Don Perlimplin" di Bruno Maderna per la Biennale musica di Venezia. E' interprete di "Pochi avvenimenti, felicità assoluta - scene da un matrimonio", spettacolo-concerto dedicato a Clara Schumann. Incide il "Pierrot lunaire" di Schoenberg e "Recitasonando", antologia di melologhi per voce e pianoforte, in duo con il pianista Vsevolod Dvorkin. In mezzo, i film che l'hanno resa nota al grande pubblico: con i registi Silvio Soldini, Giuseppe Bertolucci, Bernardo Bertolucci, Marco Tullio Giordana. Senza mai rinunciare al pianoforte. All'organetto. Ora ha iniziato a studiare il violoncello.
"Dopo Shakespeare, tornerò al mio progetto legato a Irène Némirovsky, che amo moltissimo: la versione di scena de "Il ballo", che curo personalmente. Al centro del palcoscenico voglio mettere un grande specchio." Gioco di scambio e di riflessi, per raccontare un difficile rapporto tra madre e figlia. "Le donne hanno sempre indagato il legame di continuità o di differenza con le altre", dice Bergamasco. Che si allontana, e torna con un ritratto in mano: una donna magnetica, in bianco e nero. Elaborazione fotografica di tre scatti in uno solo: "Sono io, mia madre e mia nonna", dice. E il senso è chiaro: passaggio tra generazioni, intreccio di femminilità, come nella galleria delle lady di Shakespeare. Il gatto Platini, acciambellato su un divano, sonnecchia indifferente. Accanto a lui, un libro piccolo e potente: "L'uomo seme" di Violette Ailhaud. Storia di un mondo senza più uomini.

Sabina Minardi - L'Espresso - 28 agosto 2014