Sonia Bergamasco

Il teatro è la sua grande passione, non la prima. "La recitazione è arrivata per caso. Stavo per diplomarmi al Conservatorio, era morto mio padre ed ero in un momento di sbando". poi gli anni tra Roma e Milano, l'incontro con Strehler e Carmelo Bene "Mi presento in teatro dove lui in ciabatte provava l'Adelchi. Mi dice "ma tu non sali sul palco?" Lo faccio". E diventa la fatina del suo "Pinocchio". Poi la tv con Montalbano, il cinema con Zalone e il successo di massa. Oggi finalmente è serena "Le figlie mi hanno regalato la possibilità di vivere il presente. Mi sono liberata dall'angoscia, con loro vivo un presente che racchiude tutto".



Ordina un succo di arancia e limone che sorseggia diligente. Nel Solleone di agosto Sonia Bergamasco è più diafana che mai. I capelli biondi corti, gli occhi azzurri senza trucco, la camicia chiara e vaporosa. Quartiere Prati, a un passo da casa sua, «ma io non ho un bar di riferimento, Fabrizio invece sì ne ha uno dove s'incontra con i genitori della scuola». Fabrizio è Gifuni, collega, marito e padre delle due figlie, more come lui, che ridono e saltano in costume da bagno nella schermata "Home" del cellulare di Sonia. Si siede al tavolo del localino bio scelto a caso e arriva l'implacabile coppia da selfie: «la vedremo sempre nella serie con Zingaretti?».
Sonia Bergamasco, cinquant'anni d'età e trenta di palcoscenico, non è ancora abituata alla popolarità da fidanzata televisiva di Montalbano e antagonista cinematografica di Checco Zalone. Prossimamente sarà madrina alla Mostra di Venezia «vestirò un Armani colorato e farò un discorso semplice. Vedrò molti film», ma è già proiettata al 2017 quando «debutterò da regista, senza essere in scena, al Piccolo di Milano».
Il teatro è la sua grande passione, non la prima. «La recitazione è arrivata per caso. Stavo per diplomarmi al Conservatorio, era morto mio padre ed ero in un momento di malessere, di sbando». Quello con il pianoforte è stato un rapporto di odio-amore anche se «con il tempo lo strumento è diventato un amico, una presenza costante. Allora, però, pensai di abbandonare. Era una scelta che altri avevano fatto per me. A cinque anni studiavo con una ex cantante dolcissima, mi piaceva. I dolori sono iniziati al Conservatorio. Sono entrata a dieci anni suonando i valzer di Chopin. Mi hanno chiuso il piano, messo a fare un anno di martelletti». La bimba pallida si è rinchiusa nel "monastero musicale". I due fratelli hanno mollato, lei ha proseguito per tutti i dieci anni. «Sono sempre stata un soldatino. Andavo al Conservatorio da sola. Ho rinunciato al gioco, iniziato a isolarmi per concentrarmi. Era necessario per come ero fatta io. Oggi la musica fa parte della mia lingua artistica, anche a teatro». Educata a pensare che ogni cosa si conquista con la fatica, il soldato Sonia si è reso presto indipendente. «Dopo la morte di mio padre la situazione in famiglia era difficile. Dovevo cavarmela da sola. Qualche mese ospite da una violoncellista, poi ho trovato ai Navigli una cuccia tutta mia, ci entrava a malapena il pianoforte. Avevo trovato la mia strada ». L'attrice è nata a Milano, città a cui sente di appartenere.
«Mi sento lombarda, sì. Le prime volta a Roma, restavo agganciata al trolley, non vedevo l'ora di ripartire. L'impatto è stato duro, ma poi sono stata adottata dal parrucchiere napoletano Mimmo, dal suo clan. Aveva mille amici, mi ha fatto vivere la città. Gli sarò grata per sempre. A Roma sono nate le nostre figlie, è una città che ti dà tanto. Anche se oggi Milano è un palcoscenico grande, Roma arranca».
L'incontro dell'attrice con il teatro è passato per il Piccolo: «Vedo un bando appiccicato al muro e penso: perché no? Venivo da letture pazze, Joyce affrontato troppo presto. Amavo la poesia, più affine alla musica. Ho preparato il provino da sola, in segreto. Dopo l'ultima delle tre prove in teatro con Strehler, Giulia Lazzarini viene dietro le quinte e mi dice "Sonia, tu fai una cosa interessante: tu non dici le cose, le solfeggi". Ho capito di essere una mosca bianca, ma che questo funzionava. Ho avuto per la prima volta una percezione positiva. L'idea di una porta che si apriva». Rotto il guscio, il sentiero era luminoso. «Condividere tutto con trenta persone era uno shock per me, dopo tanto isolamento. Io parlavo pochissimo, ma i compagni hanno avuto la voglia e la pazienza di scoprirmi. Sono stati anni di cura. Amo gli attori anche quando sono antipatici, odiosi, superficiali. Li amo, mi riconosco ». All'inizio di carriera «spendevo le energie a tranquillizzarmi. Una fatica estrema per arrivare al grado di semplicità da cui gli altri partivano», poi è andata meglio. Tra gli incontri fondamentali, quello con Carmelo Bene. «Ero disoccupata, a Torino. Vengo a sapere di provini a Roma. Mi presento nel teatro in via Aventina, dove Bene in ciabatte provava l'Adelchi e faceva anche pseudo provini a ragazze, riempiendole di insulti furiosi, barocchi, divertiti. Mi siedo in un angolo, per tre giorni. Mi scova e mi dice: "ma tu non sali sul palco?". Lo faccio. Poi, in una pausa, al bar mi chiederà di lavorare con lui». Diventa la fata di Pinocchio ma anziché tingere la lunga chioma biblica di azzurro, l'azzera. «Lavorare con Carmelo era come stare a bottega da un pittore. C'erano momenti in cui scompariva e non sapevo che sarebbe stato di me. Abbiamo provato per ore, giorni, mesi. In scena c'erano Pinocchio e la fatina, come in un carillon magico. È lo spettacolo che ho amato di più. Ma che fatica: ero imbottita come una bambola, una fata cattiva che cambiava una serie di maschere di lattice, pesantissime. Ho rinunciato ai capelli».
Quella per il mestiere è diventata un'ossessione «che io sento come una via, la mia via. Una strada aperta». Uno spartiacque fondamentale è stata la maternità «desiderata all'ennesima potenza. Le mie figlie hanno regalato la possibilità di vivere il presente. Mi sono liberata dall'angoscia, dal senso fisico di oppressione, perfino respiratoria. Con loro oggi vivo un presente che racchiude tutto».
Il cinema è arrivato con Silvio Soldini. «Mi ha scovato a teatro, ho fatto un provino terribile ma mi ha voluto lo stesso nel suo corto». L'incontro importante è stato con Giuseppe Bertolucci. Gli occhi di Sonia si fanno lucidi «L'amore probabilmente» è stato un lavoro di immersione collettiva. Giuseppe era una grande anima. Un amico caro, da allora e per sempre». Marco Tullio Giordana l'ha voluta terrorista in «La meglio gioventù» «l'ho rivisto da poco e ne sono fiera, un set pieno di compagni d'Accademia. In quel gruppo io ero la compagna di Fabrizio Gifuni, che era amico di Gigi (Lo Cascio) e Alessio (Boni). Nel film ero la fidanzata di Gigi che uccide Fabrizio». Della coppia Gifuni è quello più portato alle relazioni pubbliche. «È anche un padre presente, la divisione è equa e necessaria, visti i rispettivi impegni. Ci organizziamo giorno per giorno». In una carriera dalle scelte mai scontate e facili («non ho iniziato a fare l'attrice per il successo, ma tutti vogliamo essere amati»), la grande popolarità è arrivata sulla soglia dei cinquanta. «È stato un anno speciale, sereno. Il grande divertimento di un'ipercommedia o un grande racconto popolare come Montalbano sono belle possibilità che offre il nostro mestiere». Il suo funzionario in carriera vessato dall'impiegato Zalone in Quo vado? è un ritratto degno di Franca Valeri: «Considero l'accostamento un grande onore. Mi sento vicina a quella femminilità problematica, arrovellata ma esilarante. Ho amato quel personaggio, ho sofferto veramente per le scene ridicole, cercato di difendere questa donna, vittima del tormentone di Checco». Grande sintonia con Zalone «mi ha solo bocciato un vestito elegante che avevo scelto per la scena della seduzione: "Deve essere più puttana"».
Spiega che si sono incontrati attraverso la musica «Luca (Medici, il vero nome di Zalone, è un musicista. Ha tempi e controtempi e tu non puoi andargli sopra. Mi sono messa in sintonia con la sua particolare comicità». Tra i complimenti per il film, le hanno fatto piacere quelli di Liliana Cavani e Marco Tullio Giordana. «E soprattutto l'entusiasmo dei bambini, le mie figlie erano molto fiere». L'altro grande bagno di popolarità è stata l'avventura televisiva con Montalbano. «Il regista Alberto Sironi mi ha fatto entrare in un mondo speciale, la Sicilia fuori dal tempo, l'invenzione e sogno di Camilleri. Schiere di turisti seguono i cartelli stradali per "casa di Montalbano". Che bella l'invenzione di un autore che diventa una realtà geografica». In attesa di debuttare da regista in una produzione del Piccolo, Memoria di due giovani spose da Balzac, ora l'attende la Mostra di Venezia. «Voglio vedere i film italiani, incontrare Sam Mendes, gustarmi La La Land, adoro i musical, con le mie ragazze abbiamo visto Mamma Mia! mille volte». Sonia Bergamasco ha scoperto il piacere nel passaggio di testimone. «Non amo dare consigli, ma è bello incontrare tante giovanissime. E scoprirle attente anche agli itinerari non clamorosi. Non so se per me sia un valore o un dato di fatto, ma mi riconosco nella lentezza come percorso di vita».

Arianna Finos, La Repubblica - 21 agosto 2016