Le nozze di Figaro


Il 12 novembre 1778, in una lettera da Mannheim, Mozart scrive al padre: “ Non so se vi ho parlato di questo tipo di opera teatrale quando sono stato qui per la prima volta. In effetti, niente mi ha mai sorpreso tanto! Mi ero sempre immaginato, infatti, che una cosa simile non avrebbe fatto alcun effetto! Sapete che non si canta, ma si declama, e che la musica è come un recitativo obbligato, talvolta si parla anche sulla musica, per cui si produce un effetto meraviglioso… Sapete quale sarebbe la mia opinione? Si dovrebbe trattare in questo modo la maggior parte dei recitativi dell’opera, e solo di tanto in tanto, quando le parole possono essere espresse bene in musica, cantare i recitativi”. In questa lettera, dunque, Mozart – frequentatore appassionato anche di teatro di prosa – esprime il suo entusiasmo per il nuovo genere di spettacolo con musica chiamato “melologo”, e intuisce in questo tipo di scrittura nuove potenzialità espressive. I semi dell’invenzione teatrale che il melologo propone sbocceranno rigogliosi nella scrittura geniale del trittico italiano di Mozart. In questa nuova produzione delle Nozze, il lavoro con i cantanti (cantanti attori di rango, generosi e appassionati, con cui è stata una gioia e un’ emozione profonda condividere il percorso) è stato per me – attrice e regista – occasione felice di conferma di quanto sia densa e preziosa la rete drammaturgica tesa da Mozart/ Da Ponte, di quanto ricca sia la possibilità di indagine sui personaggi e di quanto sia necessario seguire i loro percorsi con pudore lasciando che esprimano la complessità dei sentimenti senza mai venire appesantiti dal giudizio, senza fare di loro delle maschere o dei tipi umani da catalogo. Lasciare insomma che esprimano il loro mondo interiore attraverso il canto e l’azione per raggiungere la preziosa evidenza della fragilità umana.
Le nozze di Figaro è anche il racconto di una ricerca incessante d’amore, di un desiderio potente di riaffermazione dei suoi diritti, e di un equilibrio dei sentimenti – precario e sottile – sempre da riconquistare. La freccia ardente di Eros attraversa tutta la vicenda e obbliga ciascuno dei personaggi a confrontarsi con le ferite del cuore e gli imprevisti del desiderio. Mozart allestisce un teatro politico dei sentimenti che, senza mai rinunciare alla commedia, incide profondamente nella rete dei rapporti sociali (la Rivoluzione è alle porte) ma ci consente anche di cogliere la possibilità di un’armonia che non ha a che vedere solo con la fede religiosa, ma soprattutto con la fede in un’umanità migliore. Personalmente, ho amato (e odiato) tutti i personaggi della storia, e il mio primo desiderio è stato quello di raccontare ciascuno di loro nella sua umana complessità, senza scorciatoie. Di qui, la necessità di dare spazio anche a personaggi solitamente poco indagati come Basilio, e soprattutto Marcellina, ripristinando le arie loro dedicate (e quasi sempre tagliate), nell’ultimo atto.
Kriistina Poska, che dirige l’orchestra in questa nuova edizione delle Nozze, ha seguito dall’inizio le prove di regia e ne ha condiviso ogni fase con un’attitudine estremamente empatica, consentendo in questo modo di moltiplicare le occasioni di dialogo.
Marco Rossi, autore delle scene, è stato con me dalle primissime fasi del progetto per dare forma al giardino-labirinto che si rivela per gradi, ossigenato fin dall’inizio dal verde del tavolo da biliardo e del piano inclinato della scena fino a “svelarsi” – nell’immagine notturna dell’ultimo atto – in tutta la sua magica profondità, come un enorme tavolo da gioco. Complessità e tenerezza, gioco e malinconia. Un affresco di società – che indossa i costumi vividi di un Settecento aggiornato con grinta e sapienza da Gianluca Sbicca – in cui “il popolo” è braccio armato di Figaro e protagonista delle incursioni “teatrali” da lui orchestrate al fine di ristabilire i diritti calpestati. Teatro nel teatro, gioco di specchi e scambio di ruoli. Un “sogno di una notte di primavera” in cui i due “promessi sposi” della lirica, insidiati dal potente di turno, si ricongiungono nel finale in un giardino illuminato dai raggi della luna (le luci sono di Cesare Accetta, artista e amico di sempre).
Il labirinto notturno che ha rivelato a Susanna e a Figaro, al Conte e alla Contessa e a tutti gli altri protagonisti del racconto le contraddizioni dei sentimenti, le insidie della ragione, la fragilità delle relazioni umane si chiude con l’immagine di un equilibrio riconquistato attraverso un gesto di perdono: un perdono laico, struggente, forse fuggevole, ma umanissimo.

Sonia Bergamasco