La distanza è stata oltrepassata

Da quando ho il vero bene di conoscerla e amarla, Sonia Bergamasco mi ha offerto le sue poesie dimostrando un profondo pudore nei confronti della propria scrittura e non ha mai riferito a se stessa la definizione di poeta. La premessa è all’altezza della promessa, se la promessa è la poesia. Nessun poeta può affermare di essere un poeta, nessuno può mai dirlo di se stesso, perché nessuno lo sa senza un altro che legge – e perché nessuno sa che cosa voglia dire, dicendolo: non vuol dire essere stati pubblicati, né avere vinto premi, non vuol dire avere grandi sentimenti né grandi dolori, né essere grandemente sensibili. Lo sa chi legge, se chi gli ha messo a disposizione le proprie parole sta comunicando con l’altro se stesso, lo sa solo chi legge. Dunque considero importante conoscere, quando è possibile, sotto quali forme e con quali parole un autore consegna agli altri il proprio lavoro. In questo caso è possibile ed è una gioia.
La poesia allora è sempre dedicata. A nessuno, ma è dedicata. Viene da una zona quasi non più umana che si dilata dentro come una macchia, lo speriamo, un suolo di materia inconosciuta. E’ una cosa che sporca il suo autore, che lo raffina come un alambicco. E il corpo del poeta è l’alambicco e ciò che passa dentro: un foro, una fiala, un canale tra regni, un sismografo quasi incosciente di richiami e di echi che diventano segni evocativi di quell’altra regione, assai più ragionevole di questa.
Con questo modo di intendere e volere la poesia leggo Sonia e Sonia è piena di dediche e di organismi parentali: corpi cari, descritti nella loro essenziale sfericità infantile o tra spigoli d’ossa adolescenti e ancora quali costrutti quasi morenti o colmati da amore che assottiglia.
Siamo già a due punti a suo favore, ammesso che la poesia sia un favore. (Lo è.)
In più, in Sonia Bergamasco c’è la voce. La voce come sesto senso della oralità: la sua poesia passa da calate quasi dialettali, da espressioni da chiacchiera tra amiche a termini disusati anche dalla letteratura.
Cosa sta cercando di fare?
Sembra che Sonia Bergamasco usi tutte le declinazioni della lingua per calare col bisturi nel trauma di una distanza, che sia o meno mortale. Ma ogni lontananza scioglie il bianco immaginario della sua neve sul corpo dei figli, perché il corpo dei figli è il disgelo di ogni astrazione e afferma – sopra noi e oltre noi – la gioia del distacco più grande, quello da se stessi: il corpo dei bambini è portatore di attualità e di una alterità irreversibile che ammette, dentro il medesimo sentimento, tutte le parole dell’invisibile – perché attraverso il tuo corpo io guardo l’increato che si è addensato nel tuo essere qui – e io questo non lo posso capire, posso solo vederlo – e attraverso il mistero del tuo corpo che si è fatto da sé, senza neanche una briciola del mio volere, constato un Dio (un imperativo creativo!) che è indicativo presente, non più il Grande Assente dell’amore disamato, dell’Amore Morto.
Ancora: chi usa la voce sviluppa bene il senso dell’udito. E mette in gioco tutto quello che ascolta. La colonna sonora della sua vita. Così, siamo davanti a un io che ha camminato, che si è traslocato, un io perturbante e complesso che trascrive negli anni i suoi molti passaggi di stato (come sempre, da un principio di solido terrestre a una meta di consistenza aerea: questo valzer leggero) e non pensa per nulla a compiacerci: noi siamo gli spettatori-complici di una sposa bambina sprofondata nel lutto (la immaginiamo sempre vestita a festa, forse nel giorno della comunione – sul sagrato inondato di sole – o seduta su una soglia, con le mani nella conca che il vestito fa in grembo e la testa chinata come sanno chinare la testa solo i bambini, così definitivamente), di una ferocissima signorinella vestita di rossa carne rovesciata, di una sorella incestuosa, di una sposa infedele e testarda come una mula che prende in giro i poeti che immaginano velieri nelle fauci dell’Inferno. Eppure scrive, Sonia Bergamasco, eppure lei stessa trasfigura il suo inferno nel gesto stesso di de-scriverlo – e ce lo offre nudo e gocciolante ancora come la sua vita, come la sua carne.
C’è un erotismo brusco, nelle sue parole, una oscurità a volte scandalosa, irridente e febbrile che si mescola al lutto e alle grida e alle ripetizioni e alle lacrime e all’ironia, c’è la colpa degli orfani e dei sopravvissuti, ci sono un dolore e il perdono fatto a se stessi per averlo una volta anche gridato, abusando della voce-delfino che santamente tormenta, ci sono un dialogo intermittente da figlia-sorella-amantepensante con il cielo, il contraddittorio di chi vuole capire la sua fede con ogni cellula del corpo e infine tutta la tenerezza di una madre intatta, che sa di aver compiuto il suo dovere perché ogni dolore è stato consegnato sull’altare della parola per arrivare “aumentata nel cuore” al corpo del figlio.
Sonia non ha lamenti, sa che la vita include conflitti e silenzi terrestri e consegna – con modestia estrema, giocando lei per prima tutto il gioco della lesione e della cicatrizzazione – il cammino di un oltrepassamento. Il figlio viene dato alla luce del mondo e della parola: dopo. Si sente bene nella chiarità delle poesie dedicate ai bambini (così chiare che dànno il sentimento di essere state trovate già scritte sui corpi dei bambini) che questa scrittura è avvenuta: dopo.
Perché la poesia avviene dopo (dopo, dopo!) che ogni nero e muto groppo di dolore – il dolore più vero non ha parole: ha soltanto, se le ha, invocazioni – è stato sopportato fino ad ascendere nei regni dove regna la parola, ovvero dove il dolore si sta facendo grano sotto la terra e se ne forma un corpo da dividere. Perché a quelle latitudini avviene altro ancora: avviene che dal suolo metaforico dove eravamo quasi morti sboccia il corpo nella sua funzione maggiore, procreativa, e avviene che la parola torni al corpo e ne dispieghi la Voce. E avviene che la voce spieghi il corpo che la emette fino a distanze irraggiungibili.
Così ascoltiamo Sonia, nel silenzio che è scritto e nella voce, rifacciamo il cammino dei vivi e degli amanti incrollabili, di quelli che, come dice lei stessa, per amore, soprattutto per amore, possono desistere.

Maria Grazia Calandrone