Né descritto né svelato: Il quaderno di Sonia Bergamasco

Non sono molte le attrici italiane che hanno accompagnato i loro film e produzioni teatrali con la riflessione scritta non sulle loro opere ma, come Sonia Bergamasco, sul Quaderno della propria memoria. Come resuscitare questa ignoranza assoluta? La scena di partenza è semplice. Seguendo la scia di una mano d’inchiostro, impastato di suoni e immagini, Sonia Bergamasco rintraccia i modi per sfuggire dal peso di un lascito, che dovrà essere interpretato come segreto d’infanzia o contemplazione dell’istante. Una linea ondulata della memoria, in cui è facile osservare come, accanto a forze tematicamente centrifughe (i motivi dell’annullamento e dell’abbandono), insistono forze che parlano di coesione dei frammenti, di vita di un Pesciolino, affezionato come l’Autrice alla familiare presenza degli affetti e al contempo esposto alla vertigine che dissolve ogni purezza. La vita è spesso un’infelice contraddizione, con desideri infiniti ma scorte limitate; un’irregolarità nello sviluppo della specie, in cui trucchiamo le carte a favore dell’uno o dell’altro. Potenzialità infinite che possono manifestarsi attraverso la regia di una ragazzina pallida e tremante.
Per sfuggire al peso del ricordo, Sonia Bergamasco non si ferma ai piani alti della declamazione. Scende nel seminterratto, non teme il trabocchetto del palcoscenico. Le piante dei suoi piedi lo conoscono misura per misura, ed è logico che sia così. Legge e riscrive «pagine e pagine di commento a una visione», seguendo il tratto di una «linea ondulata», che conserva il «brivido felice di quella scoperta» (p. 5). Lo presenta come un lavoro di riscrittura, meglio di traduzione di una traccia nata da sollecitazioni esterne (una presenza umana, un amico, una richiesta), sempre limitate a poche parole.
Ci muoviamo entro versi pacati, versi d’attesa, di appostamento. Se ogni cosa sembra destinata allo sgretolamento, già qualcosa di illuminante c’è. Scrivere del proprio desiderio sotto forma di epifania, sostenerlo attraverso il «pensiero di mondo, di un pensiero in grado di pensare il mondo» è comunque segno di un modo di essere lontano da chi si dilunga in una miriade di osservazioni. Dal mestiere di attrice e musicista, quello della scansione dei suoni e della direzione del corpo, Sonia Bergamasco attraverso millimetrici spostamenti rivela i vuoti nel linguaggio di ogni giorno. Resta in attesa di una voce e di un suono, come una x dentro il corpo («IL MIO CORPO È TUTTO QUELLO CHE HO / E TUTTO QUELLO CHE NON HO» p. 22). A volte esso è in allarme, effimero, corpo che cerca corpo, ferito, desiderante, secondo l’ospitalità concessa alla voce, in un onnivoro plurilinguismo, che comporta forme colte e forestierismi, un impasto che si abbassa vertiginosamente di tono per ampliare il repertorio del dicibile (Amleto senza lingua). Una musica bassa, apparentemente prosastica («[...] Le ciglia ripiegate sulla tastiera, suonavi il violoncello con un gesto trattenuto», una poesia che dovrebbe tendere al mutismo «per le troppe agonie» ed è pur costretta a parlare (p. 63). «Ma se il modo è nel fare - nello spazio del fare - perché ricerco i nomi, le parole. Perché?» (p. 62). Sa bene, Sonia Bergamasco, che la fantasia è denunciata nella sua invenzione di spazi immaginari che essa apre, per essere tentati e percorsi. Come Alice che si fa grande e si fa piccola, sa che la performance attoriale arriva sempre in un gioco di scelte e messinscena, per cercare di dire di più e far perdere alle cose la loro usuale apparenza. Trattenuta e minimale, più esatta e incerta, ella evita il discorso forte del primo piano, della presenza imposta («Quando io giudico, sento che perdo. Letteralmente io cado in pezzi. [...] perdo il mio corpo, la sua origine astrale» p. 23). Il suo dire si avvicina più alla forma del sussurro, in cui il non detto è più importante del detto: «Perché? (un fiore che per giunta scopriamo non è il solo, ma rosa fra le rose di un immenso giardino)» (p. 25). Nel suo libello Sonia Bergamasco sembra concentrarsi sull’oggetto di sempre, su un tratto aspirante, omettendo i dettagli. Ne deriva un’investigazione profonda che preferisce l’implicito, i confini tra il bianco e il nero della pagina, per muovere i sentimenti al loro culmine e tacerli. Meglio restare «dalla parte del segreto, nel retro del banco. / Dalla parte degli zoccoli e di quelli che dànno. / Farina e odori, pasta ardente alle narici. / Distanza dalle braccia e dalle facce degli altri»: perché quello che potrebbe essere interpretato come il segno di un turbamento emotivo - «forse mi vedono, / forse sorridono - furto o leggenda, / romanzo infantile» - non è che il retro dei frammenti di cui si dimenticano «solo i tratti essenziali» (Il panettiere). Una disperazione sedata che al sistema degli opposti preferisce la nudità del referto, l’autentico all’inautentica «giostra - costante principio del male» (p. 67).
E allora lo schema dei contrari, con cui solitamente si descrive la vita, si rivela una finzione, o «bugie per rivivere il luogo» (Revisione). In questa prospettiva, che è anche quella dell’Altalena che «oscilla vuota», mentre l’io lirico procede «nell’antro» (p. 71), la condizione umana non appare tanto diversa da quella delle ombre o dei miraggi («Ponte Umberto I, la cupola e gli archi. / Roma fianchi morbidi si espone allo sguardo», Miraggio e urbanistica) e la centralità del vivente resta intrappolata negli anni che «ci sospingono senza incrudelire l’uno dentro l’altro fino a coincidere. Rotazione muta, noi pedine dello sguardo» (p. 77).
Che il mondo non coincida con quanto accade sotto i nostri occhi («Immagini sfocate nei dettagli di un sogno», ivi) è una delle convinzioni su cui si svolge la poesia, quando al ricordo unisce il dubbio sull’esistenza («[...] Titolo, trama, montaggio e poi fine», p. 74). Un’autobiografia lirica che può essere attraversata con la registrazione della voce a lei dovuta, impressa su un cd, dove sottotraccia corre la consapevolezza di un desiderio, sciolto e nudo, provvisorio padre dei contrasti, prima sguardo necessario ad accogliere «la vita di cui muoio /[...] di cui è giusto sorridere».

Carlo Albarello