Emozioni nel silenzio
va in scena il Cenacolo


Teatro sul Cenacolo, davanti al Cenacolo. Teatro civile, dedicato a Fernanda Wittgens. Bisogna spegnere i telefonini e mettere delle cuffie. Non c’è mai stato il teatro dove Leonardo dipinse, la guerra rovinò, Mauro Pelliccioli restaurò. Sino a ieri, e ne valeva la pena.

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Teatro sul Cenacolo, davanti al Cenacolo. Teatro civile, dedicato a una donna, che non è, come vorrebbero gli appassionati dell’Occulto e di best sellers, la Maddalena, ma è Fernanda Wittgens. Bisogna spegnere i telefonini, mettere delle cuffie con la luce rossa, sedere nei pochi posti a disposizione. Non c’è mai stato il teatro dove Leonardo dipinse, la guerra rovinò, Mauro Pelliccioli restaurò. Sino a ieri, e ne valeva la pena, perché quasi nessuno la ricorda più, Fernanda Wittgens, che abitava in via Andrea Verga, eppure il mondo le deve molto e persino Leonardo da Vinci dovrebbe esserle grato. Lo si è capito (oggi e domani repliche al Paolo Grassi) grazie alla voce che sa commuovere e sa spaventare di Sonia Bergamasco, che parla, mostra e vive Il miracolo della cena. In severo e castigato tailleur scuro porta a spasso il pubblico immobile, al quale è stato detto di non applaudire, per non far male alle pitture, nel passato. Il passato che, in questo caso, è davanti al cuore: ”Due opere ha lasciato Leonardo che, nei secoli, hanno turbato senza posa gli uomini: La gioconda per il suo mistero, Il Cenacolo per la sua arte”. Sono queste le prime parole di una storia che si snoda lungo i decenni (“Entrai a far parte della Sovrintendenza all’arte della Lombardia nel 1928”), dall’assunzione come “avventizia” quando aveva 25 anni, da parte di Ettore Modigliani, sino alla carriera di Regio sovrintendente alle gallerie della Lombardia, un tranquillo tran tran, finché arriva - nelle cuffie è il primo rumore che si sente, e ognuno sente il suo, non possono esserci altoparlanti qui - il rombo di un bombardiere, e occorre proteggere le opere d’arte: “Io ho fatto pazzie sotto i bombardamenti per salvare il salvabile”, dice Fernanda, credibile, nervosa, esausta. E lei non salva solo casse di quadri, verso la Svizzera fa passare anche altro. Anzi, stando alla sentenza del luglio 1944 deve rispondere di “reato di avere svolta attività tale da arrecare nocumento agli interessi nazionali con cercare di favorire l’espatrio di ebrei, nonché di aver falsificato carte d’identità al fine di aiutare persone che dovevano essere internate in campi di concentramento”, quindi per lei fiocca una “condanna a una pena di anni 4 di carcere”. Ne sconterà una parte, sette mesi, ma non la spaventano: “Carissima mamma, è umano che io abbia agito come ho agito”. Chi come lei sa di aver combattuto per l’essere umano, sa anche che “il carcere diventa una specie di esame di laurea”. Il fascismo, le leggi razziali, sono orrore, “quando crolla una civiltà e l’uomo diventa belva, chi ha il compito di difendere gli ideali della civiltà” non si gira dall’altra parte: “Quello che conta per me è essere coerente a me stessa, è la mia figura morale: tutto il resto - anche la vita - viene dopo”. Viene da pensare, che per nostra fortuna in Italia, e a Milano, esistono ed esisteranno persone come lei, che quando comincia la ricostruzione, deve combattere per il Cenacolo. Polvere e umidità, crolli dei muri, intemperie hanno colpito duro: “Non abbiamo tempo da perdere. Al minimo tocco il colore - il colore di Leonardo! - minaccia di distruggersi. Stop”, Gli occhi vanno al dipinto, a Gesù nella luce, alla mano di Giuda, i colti dicono che “il testo è contesto”, a volte sembra vero. Ma il testo ripercorre anche le polemicuzze dei sovrintendenti, si dà anche troppo spazio agli invidiosi e agli inetti, ma in fondo, in mezzo alle avversità, “esiste molta più pittura di Leonardo - dice Sonia - di quanto non si dica comunemente”. Finita nel mutismo sorridente la serata a inviti, entrano gli studenti del Politecnico di Milano e Torino, di Brera, dell’Accademia della Scala, della Bicocca, del liceo Virgilio. A volte, essere giovani, non è niente male, almeno a Milano.

Pietro Colaprico - la Repubblica Milano - 26 settembre 2018