L'amore? E' un gioco parola di Marivaux

BRESCIA - Al suo secondo Marivaux in pochi mesi, Massimo Castri si sta forse adoperando perché finalmente competa un alloggio non provvisorio in Italia al più francese dei commediografi, che pure nel Settecento praticava con continuità la casa dei nostri comici a Parigi. Chéreau e Vitez hanno cercato di rinnovare questa familiarità con le loro messinscene nel nostro paese; nel loro, come si sa, il grande scrittore è stato riportato in auge negli ultimi decenni, acconciamente rimbellettato, mettendo in ombra gli intricati nodi tra le acrobazie del suo lessico e le geometrie delle sue trame, divenuti proverbiali col suo nome, per scoprire in quegli intrecci le durezze d' una sostanza realistica. Col sostegno di una traduzione di Ettore Capriolo che non indugia sui preziosismi verbali né sulla musicalità delle assonanze, ma è molto attenta all' uso ostentato di un vocabolario scenico, Castri sembra alla ricerca di una storia di teatro e sul teatro nella sua lettura del Gioco dell' amore e del caso. Lo aveva già fatto a luglio per La disputa, e gliene offre la premessa la commedia oggi prodotta dal Centro Teatrale Bresciano, dove entrambi i partner che devono incontrarsi per sancire le manovre nuziali delle famiglie, a scopo di studio decidono di scambiarsi le vesti coi loro servi, come Don Giovanni con Sganarello, naturalmente all' insaputa l' uno dell'altra. Dell'intrigo sono però al corrente il padre e il fratello di Silvia, la ragazza che riceve, eletti pertanto a spettatori e manipolatori dell' azione; e le coppie così assortite si mostrano presto disposte a far seguire l' amore all'appaiamento decretato dal caso, nonostante ciascuno si trovi preoccupato dalla temuta diversità di lignaggio. Le psicologie hanno il loro daffare prima nel travestire i comportamenti e poi nello spogliarli col vantaggio della spontaneità a favore dei sottoposti, spiati con sospetto astioso dai padroni; e a entrambi i livelli è la donna a menare la danza, anzi a portarla alle estreme conseguenze nel caso della marchesina, appagata soltanto quando verrà richiesta come cameriera dal suo umiliato cavaliere, che già le aveva dichiarato la sua vera identità. Nello spettacolo solo i preparativi mattutini serbano una naturalezza assonnata, coi personaggi infagottati per il freddo del risveglio alle prese con la congiura, nell' androne sotto la scala e davanti ai muri grigi d' una di quelle antiche case care a Maurizio Balò dai giorni delle Trachinie, tra un frinire di grilli e qualche latrato lontano. Col canto del gallo scende il padre buontempone, che potrà attardarsi a lungo in camicia da notte e poi coltivare il suo hobby di giardiniere nella caratterizzazione catarrosa e affabile di Alarico Solaroli, il quale canticchia l' aria di Cherubino, ma è sottratto, come il figlio un po' slavato incarnato da Nicola Pannelli, alle regole del gioco. Per gli altri invece, innanzitutto per le altre, cominceranno presto le prove dei costumi e delle parti da scambiare in un clima di recita che esploderà poi all' esterno, sulla terrazza barocca d' un giardino degradante ma solo intuito, luogo di simmetriche convenzioni. La partita è giocata da un quartetto di giovani su una chiave di commedia dell' arte riesumata, da spingersi verso la farsa, da calare nell' opera buffa nel dilagare delle rimasticature mozartiane, per risalire al melodramma, indulgendo volentieri alle esasperazioni del grottesco. Giovani sono pure, grazie al cielo, gli attori che interpretano questi personaggi, già allievi e già diretti da Castri, coinvolti tutti con generosità dinamica nel lodevole concertato: la vivace, volitiva, plasmabile Sonia Bergamasco e Maria Ariis, sensibile e dotata per quanto costretta a forzate estroversioni; il delicato Mauro Malinverno, al quale manca come cavaliere un po' d' autorità, e lo smanioso Massimiliano Speziani, eccessivo anche per le licenze consentite dal ruolo di Arlecchino. Per tutti loro l' esercitazione prevede i più svariati cimenti in una serie di duetti animati da inesauribili e insistite trovate, da lazzi ripetuti, da agitati rovesciamenti di fronte, sempre sopra le righe, caricando il campionario di risvolti psicologici, nel segno dichiarato del teatro, in un accumulo nevrotico che nasconde la paura del vuoto. Forse anche quella di leggere a fondo un messaggio di verità? Superato il lezio stilizzato del "marivaudage", per colorire con gusto di parodia dell' antico la commedia di caratteri si propone un nuovo artificio, visibile perfino nella bellezza dimostrativa delle luci di Gigi Saccomandi, intese a restituire con teatrale ostentazione di effetti le ore di una lunga giornata e le sue variazioni atmosferiche, che con naturalezza ispirata contraddistinguevano La dispute di Chéreau. Se di Marivaux si esterna il gioco fine a se stesso e il naturale gusto di piacere, non rilucono i caratteri della sua sfida, e rimangono tra le pieghe ovattate dell' inautentico la crudeltà ambigua e la perfidia sadomasochista che la tensione di questi rapporti presuppone, come la scuola francese ha messo a nudo. Dietro a questi personaggi di teatro le differenze di classe restano appiattite, anche nella disparità dei linguaggi. E dov' è, se non nelle parole cortesi di questi asettici manichini, il sesso che di tutto il girotondo è l'inevitabile chiave? Insomma se non si discutono i pregi dell'impegnativo spettacolo, non si può fare a meno di rimpiangere che, com'era in parte successo nei Rusteghi, l'operazione di scavo condotta su un importante autore rimanga a mezza via.

Franco Quadri - Repubblica - 06 aprile 1993