In India, la bellezza nascosta tra i capelli delle donne: appunti di un viaggio


image Vorrei partire dai fiori nei capelli delle donne, da quelle piccole ghirlande profumate di fiori freschi che si vendono a ogni angolo di strada e sono un vezzo abituale delle donne e delle bambine indiane. Succede così che abbracciando una di loro vieni avvolto in un’onda di piacere semplice, primitivo e quasi astratto nella sua perfezione. Queste ghirlande che ondeggiano nel nero dei capelli raccolti, che vibrano impercettibilmente dal posto di dietro di motorini sgangherati e rumorosi, che sostano ai semafori nel traffico assordante, fra concrezioni insensate di case, strade e paesaggi, e danzano nel vuoto spesso dello smog cittadino e della sporcizia diffusa che l’India 2.0 offre allo sguardo – quasi un talismano, una guida silenziosa per farci andare oltre, tentare di cogliere il fiore segreto di un Paese che si esibisce senza pudore, all’antica, diciamo. Un Paese dove chi, come me, è abituata anche alle sfumature e percepisce la bellezza anche attraverso la sensibilità per le sfumature, viene travolto da odori, rumori e colori estremi.

Dove gli estremi convivono, in un equilibrio instabile, governato dalla ferocia dei rapporti quotidiani: le caste, la corruzione capillare, il potere del maschio sulla famiglia, la donna (la bambina) ancora e sempre coinvolta in un destino di sopraffazione dal sapore ancestrale. Dove nascere donna rappresenta ancora un problema; nelle campagne può equivalere a una condanna a morte preventiva e in città – dove oggi le donne hanno ruoli di spicco in politica, sono scrittrici, artiste, scienziate – la sfida contro i diritti essenziali è sempre costante.

Ma allora dove si nasconde la bellezza? Quell’India del pensiero che da secoli fa parlare di sé? Non può trattarsi solo dell’abbagliante intensità degli ashram, dei templi, delle immagini sacre (o forse che una straordinaria evoluzione dello spirito è frutto del disastro e della sconfitta del circostante?).

Ah, l’India, e lo sguardo si perde lontano…

Fino alla partenza, l’immagine di questo Paese mi si manifesta attraverso i racconti di chi ci era stato come un luogo che colpisce al cuore e non lascia comunque scampo alle emozioni più profonde. E finalmente, dopo tanti racconti, il viaggio: dieci giorni nello Stato del Tamil Nadu, India del Sud, per visitare alcuni centri Terre des Hommes, nati per dare aiuto concreto alle famiglie e ai bambini in estrema difficoltà. Il viaggio ci porta soprattutto nei villaggi, i più sperduti, anche a mille metri d’altezza, dove resiste solo l’abbandono essenziale. Un pugno di riso e un uovo al giorno, a piedi scalzi, scuole spesso chiuse, degrado, sporcizia. Tornata in Italia, mi ci sono volute settimane per tentare di riferire le impressioni di questo viaggio in maniera oggettiva, per testimoniare la fede nei buoni propositi di una società lontana e poco coerente con le sue scelte.

La distanza ha lavorato per cercare di tradurre l’esperienza di un Paese “senza inconscio”, dove tutto è manifesto, esibito allo sguardo, e dove gli estremi si toccano. Quell’idea di bellezza tutta occidentale che qui manca, o forse occhieggia beffarda fra i petali dei fiori appuntati ai capelli delle donne.

E ci ricorda che la ferocia è all’origine del sacro. Il gesto violento, il sacrificio. Dall’India, attraverso la Grecia, in un lungo viaggio rituale, anche per noi in Occidente, il mito si traduce in gesto teatrale, attraverso un tradimento. E Bollywood, che trionfa a ogni latitudine, convive con il rito, i telefonini squillano anche nei più sperduti villaggi delle montagne del Tamil Nadu, dove manca lo stretto necessario e le tombe cristiane occhieggiano sgargianti sul ciglio della strada. Come un’enorme lente d’ingrandimento sulle possibilità della nostra “crescita”(dis)umana l’India offre a chiunque voglia soffermarsi uno sguardo diretto, circostanziato e sconvolgente sull’umanità di oggi. Quello che siamo, quello che non siamo. Con il linguaggio chiaro di un bambino, al bando la psicologia.

Voilà il nostro mondo, l’Unico!

Sonia Bergamasco